IL PARTIGIANO JOHNNY
In concorso all'ultimo festival
di Venezia "IL PARTIGIANO JOHNNY" dopo una fugace apparizione
nelle sale italiane (giusto 4 o 5) è sparito velocemente dalla
circolazione. Di questi tempi, segnati da un revisionismo ideologicamente
aggressivo della storia italiana recente, portare sullo schermo la
figura di un partigiano tutto di un pezzo e i mesi di guerra civile
sulle Langhe, dall'autunno del '43 alla primavera del '45 è
indubbiamente fuori moda e in controtendenza. L'argomento piace ormai
a quasi nessuno.
Guido Chiesa, che già nel 1991
con "IL CASO MARTELLO" ha guardato
alla Resistenza con un atteggiamento libero da pregiudizi e saggiamente
consapevole della complessità del tema e dell'ingarbugliata
passionalità che polarizza, ha deciso di insistere in questa
sua sorta di ricerca personale, in questa (come l'ha lui stesso definita)
"sfida dell'inattualità" animata da un "desiderio
dell'autenticità". Tratto dell'omonimo libro-diario di
Beppe Fenoglio, il film di Chiesa fa
proprio la frammentarietà caratteristica dei diari, con i conseguenti
squilibri di spazio e di precisione fra un episodio importante e un
momento di consuetudine quotidiana, fra un personaggio e l'altro,
fra una riflessione sofferta e una considerazione banale. E' un'opzione
stilistica di per sì efficace nel rappresentare al contempo
l'esperienza soggettiva di disorientamento, di paura e disincantodi
chi si trova in una guerra senza fronti, dagli scontri casuali, dal
continuo vagabondare senza cognizione di valle in valle, dentro e
fuori dai boschi, attraversando stradine sconosciute, non sempre ben
accolti dai montanari.
Johnny (interpretato con convinzione da Stefano
Dionisi) non è un eroe, è un giovane che cerca
il significato della propria esistenza con libertà, che vuole
essere nel mondo con onestà e senza ipocrisie.
E' un bel film "IL PARTIGIANO JOHNNY", sincero e coinvolgente:
il regista abilmente rifiuta la retorica, i grandi eventi e loro spettacolarizzazione,
ma propone, in tutta la sua attualità, la figura di questo
giovane partigiano, che nelle dimensioni minime e nella coerenza,
nell'impegno fatto di piccole grandezze quotidiane, affronta l'ineluttabile
mediocrità dei tempi che aspettano in ogni generazione chi
non si racchiuda nella miopia dei propri egoismi e rifiuti di piegarsi
alle ideologie e alle padronanze collettive.
-Sintesi dell'articolo di Gianluigi Bozza apparso su Cineforum.