NUOVO MASCHERINO - CIRCOLO DEL CINEMA


martedì 06/03 - Il partigiano Johnny

 

 

il regista Guido Chiesa

INTERVISTA A GUIDO CHIESA

di Valentina Bisti

Guido Chiesa ha un passato molto intenso e carico di esperienze: nato a Torino nel 1959 “emigra” negli Stati Uniti nel 1983 dove lavora in film di Jim Jarmush (Stranger Than Paradise, Down By Law), Amos Poe, Michael Cimino e Nicholas Roeg. Negli stessi anni realizza cortometraggi, pubblica libri di musica e cinema, e corrisponde dagli USA per varie testate giornalistiche italiane. Nel 1991 presenta alla Mostra del Cinema di Venezia "Il caso Martello" che ottiene il premio Grolla d’Oro per il miglior esordio nella regia.

una scena del film

Nel 1994 al Festival di Locarno presenta in competizione Babylon che vince al Festival di Torino il premio Fipresci della Critica Internazionale e il Missing Film di Genova. Nel 1999 la prima versione del film documentario "Non mi basta mai" vince il premio Cipputi al Festival di Torino. Il 2000 è l’anno de "Il partigiano Johnny", un film sulla resistenza che cerca di raccontare quel periodo storico attraverso la storia di un coraggioso partigiano.

Perché il cinema italiano sente, molto spesso, il desiderio di ritornare al passato?

Forse per molti registi è così. Sentono la nostalgia per tempi in cui la parola impegno non era considerata un’offesa come adesso e la politica non era stata ridotta a questa banalità della chiacchiera quotidiana. Per alcuni c’è anche il fatto che in certe epoche c’è stata una maggiore presa di coscienza della realtà storica. Per me non è la stessa cosa. Io ho voluto fare questo film perché nel 2000 mi sembrava giusto raccontare questa storia e l’ambientazione nel passato dipende dal fatto che oggi è difficile trovare una persona come il partigiano Johnny.

Cosa ha di diverso il tuo personaggio rispetto agli altri?

Non esistono personaggi del genere. Con Johnny ho fatto una scommessa. Lui deve essere considerato come un ragazzo che ha il coraggio di scegliere e che non smette mai di combattere. Non volevo dire una verità sul partigiano ma volevo fare una lezione morale sulla necessità di prendere una posizione.

Perché non rappresentare una storia ai giorni nostri?

Non ha importanza l’epoca in cui viene rappresentata una storia. I preti durante la messa leggono la bibbia e da secoli si soffermano sulla parabola del figliol prodigo. Ma loro non pensano al passato, la contestualizzano ai giorni nostri. E così un film: non ha tempo passato, viene visto e letto nel presente.

E’ stato difficile fare questo film?

Erano 15 anni che sognavo di fare Il partigiano Johnny. Poi ho incontrato un produttore intelligente come Domenico Procacci che legge i libri, cosa assai difficile tra i produttori. Lui ha capito che fare questo film oggi significava prendere posizione contro un movimento revisionista che vuole cancellare la storia. Si è convinto ancora di più quando io gli ho spiegato il mio progetto: fare un film che parlava del presente perché parlava della mancanza di rigore, di coerenza, di disonestà intellettuale.

 

torna alla pagina precedente